Recensione Le stelle inquiete (2010)

Forte della sua esperienza nella gestione di una narrazione al femminile, Emanuela Piovano si fa carico di un impegno non facilmente onorabile: scindere Simone Weil dalla vibrante energia dei suoi scritti filosofici per imporle l'analisi un po' sfrontata e voyeuristica della macchina da presa nella speranzosa attesa dell'imprevedibile.

L'insostenibile leggerezza dell'essere

In un periodo storico in cui il mondo sembra ignorare l'intelletto nel nome di un'esuberanza fisica devastante e distruttiva, Simone Weil sceglie di annullare la propria fisicità per rispondere alle necessità di una mente affamata. Così, pur piegandosi inevitabilmente alle leggi razziali del 1938, la filosofa francese di origine ebraica continua a indagare e osservare le caratteristiche e i limiti di una società in continua emergenza: dalla catena di montaggio della Renault a una vita volontariamente caratterizzata dalle ristrettezze economiche, la giovane Simone si fa carico dei bisogni del mondo come di una missione inevitabile. Un percorso che, nell'estate del 1941, la porta a intrufolarsi negli angoli nascosti di una vita contadina, cercando di carpirne segreti e idiosincrasie sociali. Ad attendere e sorprendere,però, quest'intellettuale senza corpo è il calore famigliare del filosofo vignaiolo Gustave Thibon e una sorta di armonia antica imposta dai ritmi naturali della terra. Nel piccolo mondo antico di S. Michel la storia arriva a scalfire la liscia superficie della quotidianità come un eco lontano e la stessa Simone, per la prima volta, si lascia riscaldare dal piacere e dall'illusione di un'esistenza diversa. Sedotta dalla danza notturna delle lucciole e abbracciata da un ruvido affetto rurale, per un breve inebriante momento la Weil riscopre i contorni della corporeità prima di immolarsi totalmente e definitivamente al suo destino.


Dopo Amorfù e Le complici, Emanuela Piovano si misura con un personaggio dalle titaniche proporzioni morali e intellettuali. Forte della sua esperienza nella gestione di una narrazione al femminile, la regista piemontese si fa carico ne Le stelle inquiete di un impegno non facilmente onorabile: scindere Simone Weil dalla vibrante energia dei suoi scritti filosofici per imporle l'analisi un po' sfrontata e voyeuristica della macchina da presa, nella speranzosa attesa dell'imprevedibile. Un'impresa che ha l'entusiasmo della sperimentazione, ma che non tiene completamente conto della naturale diffidenza tra il mezzo e l'oggetto in questione. Sarà per una sorta di timore reverenziale nei confronti di una figura rigorosamente racchiusa nel suo riserbo o per l'assenza di un modello estetico degno del grande schermo, sta di fatto che la narrazione cinematografica si è tenuta costantemente lontana dalle luci e dalle ombre di una personalità così complessa. Dopo un timido tentativo da parte di Rossellini (Europa 51), sulla Weil è calato un silenzio artistico dettato soprattutto dalla difficoltà di adattare la sintesi del linguaggio visivo a una moltitudine di esperienze non solo pensate ma, soprattutto, vissute. La giovane filosofa non è mai stata ancella di una teoretica scolastica quanto sostenitrice del pensiero come riflesso di una vita pienamente sperimentata, quindi come celebrare degnamente tanta concretezza intellettuale? Come evitare di essere tentati dalla frammentarietà e dal livellamento caratteriale pur di non osare oltre il ragionevole? Domande queste cui Emanuela Piovano non è riuscita a rispondere.

Il timore di cadere vittima di un prodotto a metà strada tra la didattica e la fiction biografica ha contenuto i toni narrativi a livelli tanto bassi da risultare quasi impercettibili. Così, invece di donare alla Weil un profilo cinematografico se non veritiero almeno definito, Le stelle inquiete la consacra a un passaggio etereo e fluttuante, proprio come l'artistica fotografia di Raoul Torresi la immortala sul set. All'interno di un mondo rurale che la sgomenta e la incuriosisce per la sostanziale assenza di contrasti, Simone si muove come una ninfa un po' goffa il cui tocco non lascia traccia. Nella triplice veste d'intellettuale, filosofa e donna utilizza le armi dell'arguzia e dell'intelletto ma, nonostante tutto, il suo è "un nodo che non lega". Sfuggente per natura, scivola tra le maglie di una narrazione troppo sfilacciata, che si affida quasi con ingenuo candore ad una rigida struttura teatrale, e nemmeno l'incredibile somiglianza con l'interprete Lara Guirao contribuisce a colmare il vuoto causato da una messa a fuoco emotiva costantemente sfocata e da un contesto storico/ambientale appena accennato. In definitiva, il troppo "amore" sembra aver annebbiato la regia della Piovano che, impegnata nel raccontare e raccontarsi una personale Simone, omette particolari non essenziali per un cuore già sedotto ma fondamentali per chi non vibra ancora della stessa passione.

Movieplayer.it

2.0/5