Clive Owen e Julia Roberts si ritrovano cinque anni dopo Closer, ma stavolta l'alchimia tra loro non funziona, e se nel film di Mike Nichols la coppia scoppiava ma vibrando di passione, in Duplicity si rincorre, si mette alla prova, si ritrova, senza mai risultare davvero convincente agli occhi del pubblico. Anche perché la storia, raccontata secondo quel disordine temporale che caratterizza un certo tipo di cinema pretenzioso e maldestro degli ultimi tempi, non offre un aspetto significativo al quale appassionarsi. Il lavoro della spia non sembra mai stato così noioso come in questo caso, l'azione non trova mai modo di liberarsi, così come l'umorismo da cocktail che colora la storia non è mai pungente. Il rapporto tra i due protagonisti vive poi di flashback che raccontano soltanto di una insolente sete di denaro, oltre che di una grande attrazione sessuale che però non viene mai esibita.
Duplicity si configura così come una spy story patinata dall'aria romantica e dall'eleganza firmata Armani che invita a mettersi sulle tracce di una storia che non c'è. D'altronde, anche i due protagonisti sono probabilmente destinati a restare con un palmo di naso per le loro macchinazioni confuse. Gilroy nel frattempo gioca col loro fascino, tenendo in panchina due fuoriclasse con Paul Giamatti e Tom Wilkinson, i quali non possono fare altro che limitarsi ad apparizioni sopra le righe per tentare una zampata vincente che non arriva. Anche le cartoline dall'estero, compresa l'immancabile tappa italiana, attraverso le quali si spiega il percorso fatto della coppia per giungere al grande bluff, sono unicamente un pretesto per dare al film un respiro internazionale tutt'altro che necessario. Le percussioni tentano di dare alla storia un ritmo, ma la tensione resta sconosciuta e a suscitare qualche sussulto è solo la bellezza degli attori protagonisti sempre più sprovveduti nello scegliersi i propri ruoli. |
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